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✎EDITORIALE
Editoriale25 settembre 2026

Ripartire da Mancini: l'Italia non ha più margine d'errore

Dopo l'estate turbolenta e il naufragio della pista Maldini-Leonardo-Guardiola, Malagò richiama Mancini. Le nuove convocazioni promettono, ma senza un progetto vero rischiamo di ripeterci.

Di Marco Tirinato — Italian Next Gen

L'estate che ci lasciamo alle spalle è stata tra le più turbolente nella storia recente della Nazionale. Prima il sogno — quasi concreto — di un tandem Maldini-Leonardo alla guida tecnica del progetto azzurro. Poi il nome pesante di Guardiola, evocato più per disperazione che per reale trattativa. Entrambe le piste si sono chiuse nel nulla, e alla fine Malagò è tornato a bussare alla porta più familiare: quella di Roberto Mancini.

È la scelta dell'usato sicuro, si spera. Perché il curriculum di Mancini è un libro con due capitoli opposti, ed entrambi vanno letti senza sconti. Da un lato c'è l'uomo che ha regalato all'Italia il trionfo più inatteso e più bello degli ultimi anni, costruendo un gioco riconoscibile e un gruppo che sembrava aver ritrovato un'identità perduta. Dall'altro c'è l'allenatore che ha fallito la qualificazione mondiale, lasciando una ferita che il calcio italiano porta ancora addosso. Richiamarlo oggi non è un atto di nostalgia acritica: è una scommessa consapevole, fatta sapendo esattamente cosa può dare — e cosa può ancora sbagliare.

Le prime convocazioni della nuova gestione, va detto, raccontano qualcosa di interessante. Ci sono nomi che meritano attenzione: Ahanor, Coppola, Kayode, Romano, Zoma, Inacio e Doumbia. Un mix di profili che testimonia quanto il lavoro sul vivaio, quello silenzioso che raccontiamo ogni giorno su queste pagine, stia effettivamente producendo materiale su cui costruire. La base, insomma, c'è. Quello che manca — e che nessuna convocazione può creare da sola — è l'amalgama: il tempo, la pazienza e le scelte giuste per trasformare un elenco di nomi promettenti in una squadra.

Ed è qui che arriva l'avvertimento più urgente di questo editoriale: non si può più snobbare la Nations League. Lo diciamo senza giri di parole, perché è una verità che fa male ma va detta: l'Italia, oggi, è una nazionale minore. Non nel talento, non nella storia, ma nello status che si è guadagnata sul campo con tre mancate qualificazioni mondiali. Una nazionale minore non ha il lusso di scegliere quali partite prendere sul serio. Ogni turno, ogni convocazione, ogni novanta minuti contro avversari alla nostra portata è un'occasione per ricostruire credibilità — o per sprecarla di nuovo. Sottovalutare la Nations League, trattarla come un torneo minore buono per sperimentare senza responsabilità, sarebbe l'ennesimo errore di un sistema che di errori ne ha già collezionati troppi.

Se vogliamo davvero parlare di rinascita, allora dobbiamo essere onesti su cosa serve perché sia reale, e non un altro slogan buono per una conferenza stampa. Per noi si regge su tre parole, semplici ma tutt'altro che scontate:

Entusiasmo. Quello che si è perso nelle notti di San Siro, Palermo e Zenica, quello che non si compra con un nome in panchina ma si costruisce partita dopo partita, restituendo ai tifosi un motivo per crederci ancora.

Appartenenza. Il senso di maglia che va oltre il talento individuale: un gruppo che gioca per un progetto condiviso, non una collezione di singoli in prestito dalle rispettive big d'Europa.

Organizzazione. La parola più prosaica e più decisiva. Perché il talento, da solo, in Italia lo abbiamo sempre avuto — quello che è mancato, ciclicamente, è un sistema capace di metterlo a frutto: dal settore giovanile alla Nazionale maggiore, senza le solite discontinuità.

Speriamo che Mancini, questa volta, riesca a fare leva proprio su queste tre parole. Non perché siano una formula magica, ma perché senza di esse nessun nome in panchina — fosse anche Guardiola — basterebbe a cambiare la storia recente del nostro calcio.

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