Malagò, Maldini e Leonardo: la FIGC prova a rifondarsi (ma l'allenatore è solo la punta dell'iceberg)
Il nuovo presidente federale ha chiamato due bandiere del Milan a guidare la rinascita azzurra. Dalla panchina alle strutture, dagli Europei 2032 al Mondiale femminile: perché il vero cantiere è molto più profondo di un nome sulla panchina.
Di Marco Tirinato — Italian Next Gen
C'è un momento, dopo ogni fallimento, in cui bisogna decidere se limitarsi a cambiare l'insegna o rifondare l'azienda. Il calcio italiano, dopo tre Mondiali mancati di fila e la ferita ancora aperta di Zenica, è esattamente a quel bivio. E la scelta di Giovanni Malagò come nuovo presidente della FIGC sembra voler dire, almeno nelle intenzioni, che stavolta si prova a rifondare.
Il primo atto è stato tanto rapido quanto simbolico: Malagò ha portato in federazione Paolo Maldini e Leonardo. Due nomi che, prima ancora di essere due dirigenti, sono due idee di calcio. Il segnale è chiaro: basta con la politica dei rinvii e dei compromessi, servono uomini di campo che il pallone lo hanno vissuto ai massimi livelli.
Maldini, la bandiera che ha finalmente detto sì
Su Paolo Maldini si è scritto tutto, e non basterà mai. È stato uno dei più grandi difensori della storia — non solo italiana — capace di reinventarsi terzino e centrale con la stessa eleganza, di durare venticinque anni ad altissimo livello quando le mode e i corpi cambiavano intorno a lui. Ma la parte che qui ci interessa di più è quella dopo: da dirigente del Milan, Maldini ha dimostrato una competenza tecnica e un fiuto per il talento che pochi in Italia possiedono. Ha costruito, ha scelto, ha rischiato sui giovani.
Per anni Maldini è stato corteggiato e ha sempre tenuto le distanze dalle poltrone federali. Che abbia finalmente accettato è, di per sé, una notizia enorme: significa che stavolta ha visto un progetto vero e non una passerella. E per un sito come il nostro, che vive di talento giovane, avere alla guida della federazione un uomo che il talento lo sa riconoscere e proteggere è la migliore delle premesse.
Maldini e Leonardo, una coppia che si conosce a memoria
L'altro tassello è il ritorno di Leonardo al fianco di Maldini. I due non sono semplici colleghi: sono due che si sono già capiti sul campo e in dirigenza, che parlano la stessa lingua calcistica pur con caratteri diversi. Maldini più istituzionale, riservato, verticale; Leonardo più internazionale, relazionale, abituato a muoversi tra Brasile, Francia e Italia. È un equilibrio di competenze che, sulla carta, copre due dimensioni fondamentali di una federazione moderna: la visione tecnica e quella globale.
La domanda vera non è se andranno d'accordo — quello lo sappiamo — ma se avranno il potere reale di incidere, o se resteranno due grandi nomi ingabbiati in una struttura che non cambia.
Il caso allenatore: da Guardiola a Pirlo
Il dossier più caldo, ovviamente, è la panchina. E qui la coppia Maldini-Leonardo ha subito puntato in alto, altissimo: hanno cercato Pep Guardiola. Un sogno, più che una trattativa. Il tecnico catalano ha detto no — e in fondo era prevedibile: il progetto di una nazionale in ricostruzione, con le sue tempistiche lunghe e i suoi vincoli, è lontano dal laboratorio quotidiano di cui Guardiola ha bisogno per esprimersi.
Ora la federazione sta vagliando altre alternative, e tra queste circola con insistenza il nome di Andrea Pirlo. Sarebbe una scelta affascinante e rischiosa insieme: Pirlo è un'icona, un cervello calcistico raffinato, ma con un percorso da allenatore ancora in cerca di conferme. Legarlo alla nazionale sarebbe una scommessa sull'identità, sull'idea che chi ha giocato quel calcio possa insegnarlo. Da tifosi ci piacerebbe crederci; da osservatori sappiamo che le scommesse, in nazionale, si pagano care.
Ma l'allenatore è solo la punta dell'iceberg
Ed è qui che vogliamo alzare lo sguardo. Perché il rischio, ogni volta, è lo stesso: concentrare tutto il dibattito sul nome del commissario tecnico, come se un uomo in panchina potesse da solo raddrizzare vent'anni di problemi. Non può. L'allenatore è la punta dell'iceberg. Sotto la superficie c'è tutto il resto, ed è lì che si vince o si perde davvero.
Il primo cantiere sono le strutture. L'Italia ospiterà gli Europei del 2032 insieme alla Turchia, e oggi il divario impiantistico con il resto d'Europa è imbarazzante: stadi vecchi, centri sportivi insufficienti, una geografia del talento che si ferma dove finiscono le società più ricche. Non si costruisce una generazione vincente senza i luoghi dove farla crescere. Il 2032 non è una scadenza sportiva: è una scadenza infrastrutturale, forse l'ultima occasione per obbligare il Paese a modernizzare i suoi impianti.
Il secondo fronte è quello del calcio femminile. Malagò, in un'intervista a Cronache di Spogliatoio, ha anticipato l'idea di una candidatura italiana a un Mondiale femminile. È una direzione giusta e lungimirante: il movimento femminile è in crescita ovunque, e chi investe ora raccoglierà tra dieci anni. Una federazione che guarda solo alla nazionale maschile è una federazione con un occhio solo.
Svecchiare, e catturare il talento prima che scappi
C'è però una precondizione a tutto il resto, e riguarda la cultura prima ancora dei conti: la federazione va svecchiata. Servono meno logiche di corrente e più merito, meno commissioni e più campo, meno gestione del presente e più costruzione del futuro. La scelta di Maldini e Leonardo è un buon inizio proprio perché rompe uno schema. Ma un inizio non è una rivoluzione.
E poi c'è il tema che a noi sta più a cuore di tutti: catturare il talento. Ogni settimana su queste pagine raccontiamo ragazzi italiani che segnano in Serie C, che esplodono in Primavera, che se ne vanno a diciassette anni nelle academy tedesche e portoghesi perché qui non trovano spazio, fiducia, un progetto. Il talento italiano esiste — lo documentiamo ogni giorno. Il problema è sempre stato trattenerlo, farlo maturare, non perderlo per strada tra i quindici e i vent'anni. Una federazione seria si misura da questo: non da chi mette in panchina, ma da quanti dei suoi ragazzi migliori riesce a far arrivare in alto.
Malagò, Maldini e Leonardo hanno in mano un'occasione storica. Possono limitarsi a cambiare l'insegna — un nuovo CT, due nomi altisonanti, qualche titolo sui giornali — oppure possono aprire davvero i cantieri profondi: strutture, femminile, merito, vivaio. Noi tifiamo, ovviamente, per la seconda. Perché la strada per il 2030 non passa dalla panchina della nazionale: passa dai campi di periferia dove, in questo momento, un ragazzino sta segnando un gol che nessuno sta guardando. Il nostro lavoro è guardarlo. Il loro, adesso, è dargli un futuro.
Forza Azzurri, e forza ragazzi. 🇮🇹